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September 05 palermo- romaprima di campionato, palermo 0 ROMA 2 e' iniziato il campionato della ROMA. e chi ce ferma più
La squadra di Spalletti domina il primo tempo e va a segno con Mexes e Aquilani
PALERMO - Una bellissima Roma nel primo tempo, un Palermo all'arrembaggio nella ripresa. Alla fine il risultato premia la squadra di Spalletti che vince per 2-0 al "Barbera" con i gol di Mexes e Aquilani e si accredita come una delle grandi protagoniste della stagione appena iniziata.
la repubblica.it
supercoppa2007A San Siro la Roma vince la Supercoppa 2007 contro una Inter in evidente ritardo di forma. Il gol decisivo del match è arrivato soltanto al 33' del secondo tempo su fallo di rigore commesso da Burdisso su Totti. Dal dischetto De Rossi lascia partire un tiro sulla sinistra che Julio Cesar intuisce, breve deviazione e palla in tra palo e portiere. Una vittoria in gran parte derivata dalla migliore forma e motivazione dei giallorossi rispetto ai neroazzurri e dalla scarsa preparazione dei campioni d'Italia. L'Inter ha sofferto a centrocampo nei primi 45 minuti di gioco riuscendo comunque a costruire due ottime occasioni per Suazo e Ibrahimovic al 38' e al 45'. Clamorosamente sempre Suazo, lasciato libero a 3 metri da Doni, si è mangiato un gol di testa quasi regalato. L'espulsione di Perrotta. Al 26' del secondo tempo un fatto che farà discutere: prima di entrare in campo il romanista Perrotta viene espluso dall'arbitro per proteste precedenti su segnalazione del quarto uomo. Il gol su rigore. Pochi minuti più tardi arriva il goal della Roma su rigore e la possibilità di bissare il vantaggio immediatamente dopo con Vucinic. Mancini inserisce Cruz in campo ma è troppo tardi. Il match di conclude 0:1 e la Roma conquista la sua Supercoppa. Alla Roma la Supercoppa 2007. Per strana ironia della sorte lo scorso campionato si è concluso con i colori giallorossi allo stadio di San Siro per festeggiare la vittoria della Coppa Italia, oggi il nuovo campionato si apre con gli stessi colori e nello stesso stadio per festeggiare la Supercoppa.
INTER-ROMA 0-1 INTER: Julio Cesar; Burdisso (42'st Cruz), Cordoba, Materazzi, Chivu; Vieira (22'st Cambiasso), Dacourt (8'st Figo), Zanetti; Stankovic; Ibrahimovic, Suazo ROMA: Doni; Cassetti, Panucci, Mexes, Tonetto; De Rossi, Aquilani; Taddei, Giuly (29'st Brighi), Vucinic (46'st Rosi); Totti 19 agosto 2007 Redazione Nonsolocalcio.
August 30 il cielo sopra romaEsco di casa e ci sto dentro, la mia città grande quanto grande il mondo, a volte mi ci perdo non
la conosco fino in fondo eppure so quanto Roma capoccia è splendida al tramonto per molti un
vanto, riflessa nello specchio dei negozi persa in mille vizi, troppi pezzi troppi palazzi, mille facce mille storie mille volti hai giurato ma alla fine poi ti scordi qualcuno te lo scordi se lo perde per la stada ma Roma se ne frega in cambio dalla notte che ti invita fredda che quel freddo ti rimane a volte così calda che quel freddo te lo fa scordare, così viziata e vissuta nello stesso tempo insegna quante volte ch'ai da esse svelto troppe volte ha visto l'amore fasse rosso su una lama de cortello ma dimmi quante volte hai visto il cielo sopra Roma e hai detto quant'è bello viettelo
a vedè dall'alto scavalca il muro al foro e viemme accanto eccola e stasera non farà la stupida darà le mejo stelle la mejo luna che me illumina.
E' nella testa Nato in mezzo al fiume della mia città nel cuore della mia città chi nasce qua qua ci resta, la ![]()
la Roma di chi se
Roma la città eterna non scende a patti la Roma dei coatti le comitive sui muretti, le borgate la ![]() la Roma dei romani de Roma de chi la
vede pe la prima volta e ce se innamora la Roma bene acchittata che pe acchittasse paga le sale giochi la mattina coi pischelli che hanno fatto sega il fronte i fasci il forte gli autonomi le situazioni brutte di notte stazione termini il bionno tevere il cilo sopra Roma che non smette mai de vivere. August 19 nel nome dell'arteNon ricordo nemmeno quando la conobbi. Sapete, per le persone come me il tempo non esiste. Avevo passato la notte sulla panchina di un parco (non ricordo quale, so solo che in quel periodo vagabondavo per Milano) e al mio risveglio mi trovai seduto. Ricordo vento, tanto vento. E foglie impazzite che si rincorrevano. Qualche anziano passeggiava su e giù per i viali con i giornali sottobraccio. Una giovane mamma passò davanti alla panchina con un passeggino ed accelerò immediatamente. Mi sembrava tutto così surreale… una folata di vento tentò invano di strappare il giornale ad un signore anziano.
"Credi nell’amicizia?"
Era stata la persona al mio fianco a parlare. Una voce femminile. E giovane. Non so perché, ma io capii che stava parlando con me. Senza voltarmi risposi: "Non ho amici."
La ragazza non disse niente per un po’, il che mi fece supporre che la nostra conversazione fosse già terminata. Di nuovo, tutto mi sembrò surreale.
Lisa disse: "Non mi interessano la lunghezza e la larghezza delle cose. A me interessa la profondità."
Io non risposi. Ero troppo affamato e troppo disperato per mettermi a filosofeggiare.
"E credi nell’amore?" chiese ancora.
"Non me lo posso permettere", risposi io. "Sto già troppo male così."
E lei, come se niente fosse, cambiò un’altra volta discorso: "E poi non mi interessano le cose importanti, credo che tutto dipenda dalle piccole cose. Una vita umana non è altro che un cazzo dentro una fica, non è nient’altro che casualità. Io credo che la terra giri su due piccole rotelline.
"Io credo che tu sei un po’ suonata", risposi io. Lo dissi ma non lo pensai. Chissà perché, non lo pensai.
"Io credo nella musica", disse di nuovo lei. Non ci eravamo ancora guardati negli occhi. Continuò: "Una canzone non è altro che un insieme di note e parole. La musica è l’emblema della casualità." Non risposi.
"Ed io voglio entrarci dentro", disse. "Farne parte." Poi finalmente mi guardò e allungò un braccio verso di me "Lisa", disse. Le strinsi la mano e notai che era calda. La mia invece era gelata.
"Joe", dissi. "Piacere." E poi la guardai.
Da quel momento solo un susseguirsi di ricordi. Un caleidoscopio di emozioni. Nemmeno adesso riesco a distinguere i sogni dalla realtà. Solo una gran confusione, ed una gran voglia di vivere. Sì, una gran voglia di vivere. Sporco, affamato, con il cuore a pezzi… ma desideroso di vedere il sole, di sentire un altro giorno che nasce.
Lisa era anche questo. Era energia, era positività, era la stella della notte. E di lei ora ho solo ricordi confusi, un intricato sentiero di emozioni. Quante città abbiamo visto, abbracciato, vissuto, sotto a quanti ponti abbiamo dormito, quanta vita ci siamo donati.
Il primo ponte era a Milano. Il fuoco e le coperte bastavano a malapena per scaldarci. E allora giù vino a volontà.
"Sono un rifiuto della società", dissi. "Tutti mi evitano. Faccio paura ai bambini. Non ho un lavoro, non ho una casa. Non ho niente."
E giù un altro sorso di vino.
Lisa scoppiò a ridere. Eravamo soli sotto al ponte. Il fuoco che avevamo acceso disegnò strani riflessi sul suo viso.
"Sei felice?" le chiesi un po’ scocciato. "Godi delle mie disgrazie?"
"Cos’è la felicità?" chiese lei.
"Avere qualcosa in cui credere", le risposi. "Delle sicurezze a cui appoggiarsi."
Di nuovo lei scoppiò a ridere. Ma questa volta la cosa non mi irritò. Mi resi conto che non stava ridendo di me. Stava ridendo degli altri. Gettò in aria la coperta e mi prese per mano. Poi mi condusse fuori dal ponte e prese il mio viso fra le sue mani. La notte era gelida, ma le sue mani erano incredibilmente calde. Diresse il mio sguardo verso il cielo.
"Tu non hai una casa", mi disse. "E non hai un lavoro. No, non hai nemmeno un lavoro. Ma se tu avessi un letto in cui dormire e un tetto sopra alla testa in questo momento non potresti vedere quella luna lassù. Vedresti solo la piccolezza delle cose che possiedi. Perché vedi, mio piccolo Joe, ogni cosa che possiedi ti impedisce di vedere e di apprezzare tutto ciò che non possiedi. E pensa, domani non sai quello che farai, domani non sai quello che ti capiterà. Lo vedi? Dentro al nulla che possiedi si cela la tua libertà. Devi solo saperla apprezzare."
Si staccò da me e ritornò sotto al ponte. Io restai ancora a guardare la luna. Dio, quante volte avevo dormito all’addiaccio?
E adesso stavo guardando la luna per la prima volta in vita mia. Per la prima volta la stavo guardando veramente. Tornai sotto al ponte con Lisa e mi infilai sotto alla coperta. La guardai e dentro ai suoi occhi vidi la luna.
Chi sei?" le chiesi.
"Forse un fantasma", rispose lei. "Forse un angelo. Ha qualche importanza?"
Lisa stava guardando i buchi sulle mie braccia. Eravamo a Torino, o forse ancora a Milano. Non ricordo.
Guardava i miei buchi e non parlava. La cosa non mi imbarazzava e nemmeno mi infastidiva.
"Vorrei drogarmi di Arte", disse. "Iniettarmi nelle vene Poesia, Musica, Pittura."
Cominciò a piovere.
"Quei buchi che hai nelle braccia", mi disse. "Cosa rappresentano per te?"
Mi limitai a scrollare le spalle. Non volevo parlare del mio personale rapporto con la signora Morte. Nemmeno con Lisa.
"Vorrei averne anch’io", disse. "Per capire quel che significa."
Mi allontanai di scatto. Lisa restò ferma sul marciapiede. Attraversai la strada e cominciai a fissarla. Poco dopo mi raggiunse.
"Piccolo Joe", mi sussurrò all’orecchio. "Mio povero, piccolo Joe. Non fuggire mai davanti alla realtà. Piuttosto facci a pugni, ma non fuggire mai. Se sei in collera con me non ti allontanare, dammi uno schiaffo piuttosto. Mi faresti meno male, te lo assicuro."
Io strinsi i pugni. Li strinsi con forza, per impedirmi di colpirla. E… stavo piangendo. Stavo piangendo senza nemmeno accorgermene, e Lisa era lì davanti a me, impassibile. Come se il mio pianto non la interessasse.
Un sole pallido tentò di emergere fra le nuvole. La pioggia andava già asciugandosi. Passava molta gente sul marciapiede, chi indaffarato per il lavoro, chi rilassato come durante una passeggiata. Io e Lisa eravamo lì, in mezzo a loro, in mezzo a tutti, in mezzo al mondo. Eravamo lì invisibili agli altri, e ci guardavamo senza parlare. Poi lei sorrise. E con la mano mi asciugò una lacrima. La vidi… o forse fu solo un sogno, solo un’illusione ottica….
Vidi la mia lacrima gonfiarsi sul suo dito come una goccia di rugiada che cade dalla foglia di un albero. Gonfiarsi, gonfiarsi e poi staccarsi dal suo dito… staccarsi e cadere. E vidi me stesso racchiuso, rannicchiato dentro la mia lacrima. E il mondo intorno correva, viveva, continuava la sua folle corsa, mentre io cadevo, precipitavo con la mia lacrima.
Ed erano spariti i rumori. Era sparito… il tempo, o almeno la mia percezione del tempo. Ed anche lo spazio, tutto stava perdendo concretezza.
Ed io crollavo, crollavo dentro la mia lacrima. Finalmente toccò terra e si mischiò con la pioggia. Si mischiò e scomparve. Mi risvegliai dal torpore. Lisa era sempre lì, davanti a me, ma adesso non sorrideva più. Il suo sguardo ora era duro, granitico… eppure non impenetrabile. E c’era il mio futuro scritto nei suoi occhi. Il mio futuro che pochi attimi prima avevo visto celato nella mia lacrima.
"Lisa…" ora non piangevo più. "Io… ti giuro che…"
Lei fermò le mie parole, e il suo sguardo adesso era tornato dolce, rassicurante.
"Tu non mi devi niente", disse con calma. "E’ a te stesso che devi giurare. E’ a te stesso che devi promettere. Non a me Joe, ma alla tua anima. A quella parte di te che stai cercando di uccidere."
Poi Lisa raccolse una foglia da terra. Era gialla e stropicciata, calpestata, umiliata. Restò a fissarla per qualche istante. Poi la baciò. Baciò la foglia e la leccò, la leccò come un francobollo. Infine la appiccicò sulla mia fronte.
"Ecco", disse. "Ecco la parte di te che stai cercando di uccidere. Eccola, guardala. Guardala, mentre cerca di resuscitare."
Una brezza lieve tentò di strapparla dalla mia fronte, ma non ci riuscì. Io non capii mai quel gesto, ma quella parte di me che stava morendo lo capì. E ricominciai a vivere.
Ero di nuovo ubriaco. E anche Lisa. Ed entrambi eravamo euforici. Il treno viaggiava ormai da più di tre ore senza sosta, e l’odore del fieno era denso e penetrante. Eravamo in una specie di carro bestiame, anche se non c’erano animali con noi. Diretti verso chissà dove, verso chissà quale città.
Il treno rallentò. Dapprima impercettibilmente, poi più decisamente. Sentii i freni fischiare. Infine si fermò.
Lisa si alzò, instabile sulle gambe. Faticò a trovare l’equilibrio.
"Scendiamo", disse. Aprì il portellone e mi prese per mano. "Scendiamo qui, Joe."
Fuori c’era il sole. Eravamo in aperta campagna, forse Toscana, forse Umbria. Lisa mi trascinò giù dal treno. Anch’io barcollai. Ci rotolammo nell’erba respirandone il profumo.
"Ancora un po’", disse lei. "Dai Joe, ancora un po’." Afferrò la bottiglia di whisky e tirò un altro sorso.
"Non ti sembra di esagerare?" le dissi. "Non siamo già abbastanza ubriachi?" "L’esagerazione è il sale della vita", disse. "Ancora whisky, dai."
Era la prima volta che la vedevo così. Che la vedevo fuori di sé, che la vedevo perdere il controllo. Le porsi la bottiglia e Lisa bevve avidamente. Poi la passò a me. Poi ancora lei. E poi di nuovo io. Fino a che ci addormentammo lì in mezzo all’erba, senza sapere dove eravamo, chi eravamo. Ma sapendo di esistere.
Fu la musica a svegliarmi. Una musica soave di flauto. Mi alzai e il mondo barcollò. Lisa stava ancora dormendo. E russava, Dio santo come russava. La cosa mi divertì parecchio, però non riuscii a ridere. Perché c’era la musica. La musica che mi aveva tolto ogni percezione del mondo esterno. Proveniva da ogni direzione, forse proveniva da dentro me. Cercai di muovermi, ma subito caddi in ginocchio. E restai lì, mentre la musica continuava a riempire le mie orecchie, a inondare il mio spirito. Poi Lisa fu al mio fianco. La guardai e lei si alzò, incredibilmente stabile sulle gambe. Allargò le braccia e chiuse gli occhi. Cominciò a danzare, e la musica cresceva, diventava più forte, più profonda. Mi accorsi che era la musica a seguire il ritmo della danza di Lisa. E anche le foglie, l’erba danzavano con lei. Io non potevo far altro che starmene lì inginocchiato e guardarla mentre confondeva il suo corpo con le foglie e il suo spirito con la musica.
E’ lei che sta suonando? Mi chiesi. E’ da lei che sta uscendo la Musica? E’ lei stessa la Musica?
Stava entrandoci dentro. O forse stava solo mischiandosi. Lisa, la piccola Lisa stava per diventare Arte. Era un addio quello, lo sapevo, lo sentivo, tuttavia non riuscii ad essere triste.
E Lisa danzava, Lisa era Musica, era sempre di più Arte. Poi ci fu Vento, e Musica ancora e Danze…
Fu il silenzio a svegliarmi. Lisa non c’era più. Tuttavia c’era, potevo respirarla, annusarla, sentirla dentro alla Natura, ritrovarla attraverso l’Arte. Restai inginocchiato ancora un poco, poi riuscii ad alzarmi. Raggiunsi la mia bisaccia e tirai fuori la coperta. Accarezzai la sua guancia col tramite di un filo d’erba.
Poi una brezza lieve, ed era la voce di Lisa: "Un giorno riuscirò ad entrarci dentro, Joe. Riuscirò ad entrare nella Musica, ad essere Musica. E quel giorno, Joe, arriverò alle tue orecchie ed entrerò nel tuo spirito. E poi ti guiderò dentro alla magia dell’Arte."
E finalmente dormii, dormii tranquillo dopo mille secoli di buio e paura.
August 09 trunks e gotenL'intervista
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